La passione irreale


Una battaglia per la cultura nella scuola


Qualche anno fa ho seguito a Venezia gli eventi del noto festival cinematografico. La mia partecipazione fu fortunata: era stato presentato, tra l'altro, L'Uomo in più, opera prima di Paolo Sorrentino cha già segnalava il giovane regista all'attenzione della critica e della cultura. L'impressione ricavata da quei giorni era stata, mondanità a parte, di un'occasione speciale: chiunque, sensibile alle ragioni dell'arte, l'abbia attraversata sa cosa intendo dire. Rifletto tuttavia su questo "mio precedente' solo ora, nel momento in cui, al ritorno dal Festival del documentario narrativo, che si è tenuto dal 22 al 28 settembre a Salina, raccolgo le idee per rielaborare e testimoniare la recente esperienza. Chiamata a sintetizzare in una parola dovrei dire che si è trattato di un prodigio.

Dedicato alle immagini, ai suoni e alla realtà del Mediterraneo, il festival di Salina, già l'anno scorso aveva integrato linguaggio cinematografico e scrittura letteraria, promuovendo l'importanza dell'intreccio tra saperi diversi e sue espressioni, tesi all'interpretazione del mondo e all'elaborazione di un modello socio-culturale in cui la dimensione del senso e del valore abbiano ancora uno spazio riconosciuto. Per il secondo appuntamento la direttrice Giovanna Taviani ha trovato il coraggio di allestire una sezione riservata ai docenti della scuola superiore. Nel drammatico momento storico che stiamo attraversando, investire energie, anche economiche, e riporre fiducia in un'iniziativa dedicata agli insegnanti sarebbe stato di per sé un segnale di grande sensibilità e attenzione, ma il tema scelto (Ritorno alla realtà? - per un nuovo realismo nel cinema e nella letteratura.), l'organizzazione dei lavori e il contributo appassionato di tutti quanti vi hanno, in modo diverso partecipato, l'hanno resa un'esperienza di straordinaria intensità e significato.

Mortificata dalla burocrazia, esautorata dal trionfo tecnocratico ed economicistico, strumentalizzata dalla comunicazione mediatica, assediata sistematicamente dal potere politico che ora mira a smantellarla del tutto e a metterla a tacere per sempre, la scuola resta l'ultimo terreno collettivo in cui con fatica quotidiana, è possibile sostenere un progetto civile, quello di educare a riconoscere e difendere le ragioni dell'uomo. La necessità, già da tempo verificata, di agire nell'effettualità di un presente ostile, spinge chi non voglia gridare alla resa a intraprendere ogni possibile cammino. Per questo, anche in virtù della cultura soprattutto visiva di cui i nostri studenti sono portatori, è sembrato importante incentivare i docenti ad approcciare e contaminare consapevolmente la tradizione di cui sono mediatori con il mondo delle immagini. Per i curatori si è trattato "della scommessa di una collettiva esplorazione del territorio documentario" e di una parallela ricerca sui possibili rapporti con le scritture letterarie che individuino nel reale il proprio terreno di indagine. Nel workshop loro dedicato gli insegnanti si sono confrontati davanti a stimoli numerosi e diversificati: la proiezione dei documentari (da In fabbrica di Francesca Comencini a Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi, tanto per citarne due) e del bel film di Francesco Munzi Il resto della notte si è intrecciata a relazioni e conversazioni con critici letterari, scrittori, registi. Il rischio di una possibile separatezza dello spazio-scuola dai rimanenti eventi del festival è stata scongiurata, oltre che dall'efficace impianto organizzativo, dalla profonda unitarietà degli intenti, dalla coesione spontanea delle discussioni e dall'integrazione fortissima, non casuale, dei singoli contributi.

Percorsi didattici per l'insegnamento letterario, ipotesi di ricerca e materiale video hanno testimoniato, con linguaggi diversi, l'urgenza di un rapporto forte con il presente, l'affiorare di sguardi che, pur nella differenza di angolazione e di stile, si rivelano indistintamente tesi a un indagine etica del mondo, a un approccio nuovo alla rappresentazione dei fatti.

E' indubbio che certa cinematografia recente - da Il divo di Paolo Sorentino a Gomorra di Matteo Garrone, per fare esempi eclatanti, ma potremmo citare molti lavori di Crialese, Virzì e Marra - e il ritorno prepotente al documentario da parte di autori giovani o di registi affermati, siano il segno di un bisogno diffuso: andare oltre le esigenze dello spettacolo, rinunciare all'assunto postmodernista dell'immersione totale e accondiscendente nel presente per recuperare, all'opposto, il senso del conflitto, della crisi, della distanza critica. Allo stesso modo è possibile rintracciare alcune tendenze contemporanee di scrittura sorrette dalla volontà di proporre e documentare un'immagine articolata e straniata del mondo, non più disponibile a negare le storture e il dolore dell'oggi.

Del mutamento di questo scenario si è già occupata ampiamente, e con rigore, la stessa Giovanna Taviani che, sul numero 57 di Allegoria, dedicato in gran parte al tema del ritorno al reale, individua la caratteristica comune a questo probabile neo-neorealismo italiano nel recupero dell'esperienza vissuta non disgiunto da potenza stilistica (cfr. Inventare il vero. Il rischio del reale nel nuovo cinema italiano, Allegoria 57, pagg. 82-93). Gusto del racconto e rinnovata forza delle idee si fondono, in equilibri dagli esiti differenti, al bisogno di ritrovare un linguaggio nuovo, capace di narrare quanto spesso sfugge alla stessa comprensione. In questo senso documentario, cinema etico, scrittura d'impegno e docenti militanti sembrano, a Salina, essersi finalmente incontrati, incrociandosi su un terreno di intenti comuni. L'idea di una realtà complessa, alla quale vengono rivolti i singoli sguardi e le varie soluzioni espressive, e che costituisce la sfida per quanti vogliano ancora guardare al futuro, ha costituito l'approdo provvisorio di una indagine che appare destinata a continuare e incrementarsi nel tempo.

Se questi sono stati la percezione e l'auspicio trasversali e diffusi, il rigore scientifico è venuto soprattutto dall'ambito letterario. In due lezioni esemplari per spirito di sintesi e chiarezza concettuale, Pietro Cataldi e Romano Luperini hanno osservato che l'allontanamento dalla realtà verificatosi negli ultimi anni da parte di intellettuali e scrittori, pur fondato certamente sulla loro progressiva e sistematica delegittimazione culturale e sociale, si è nondimeno accompagnato all'abdicazione rassegnata di una responsabilità collettiva verso il mondo. In un contesto diventato in ogni senso post-politico, la perdita della triangolazione io/tu/l'altro, ha segnato il trionfo dell'interesse o dell'istinto individuale, l'accettazione di un adattamento alla domanda, la rinuncia alla fiducia nel sostenere con autorevolezza progetti autonomi alternativi ai principi dominanti. Di fronte all'entusiasmo per l'avvertito ritorno a un senso di realtà, i critici riportano, cioè, cautamente il discorso a un suo spessore teorico da cui è doveroso non prescindere. Se è vero che dopo l'11 settembre 2001, e ancora di più oggi, in piena crisi economica mondiale, si è avviata la trasformazione del paradigma postmoderno d'interpretazione del mondo, se è vero che è osservabile in più contesti l'abbandono della prospettiva esclusiva legata alla dimensione delle merci e la riscoperta di temi civili, è vero anche che questi elementi da soli non bastano per celebrare l'avvento di un nuovo realismo: questo presuppone infatti l'erosione definitiva della fiducia ingenua che i singoli "io" siano legittimati a un'interpretazione del mondo. Solo una pluralità di coscienze intellettuali, intese a rifondare un senso critico e un linguaggio comuni e impegnate insieme in una proposta politica collettiva, saprà contrastare davvero il disprezzo dilagante per ogni attività in tal senso, validando il rinato bisogno di raccontare la vita dell'uomo e di progettarne nuovi, possibili e "irreali" sviluppi. In questa prospettiva si è svolta la cerimonia di premiazione a Vincenzo Consolo, riconosciuto dal comitato d'onore del festival (Romano Luperini, Bruno Torri, Paolo e Vittorio Taviani) come testimone esemplare di una scrittura da sempre tesa a rappresentare le contraddizioni materiali della società ma capace di un afflato etico collettivo e, nel contempo, di ricerche formali davvero innovative. E questa è la lezione di resistenza che "i padri" presenti a Salina consegnano ai giovani e meno giovani: il privilegio e la responsabilità di un'eredità preziosa e vitale, quel "sovrappiù di coscienza" che ha sorretto loro nel passato e che forse è arrivato il momento di far rivivere oggi in noi. Proprio quando sembra del tutto persa la battaglia condotta da chi ci ha preceduto, proprio adesso che la Storia attraversa uno dei suoi momenti più bui, la voce dei maestri si alza ancora più alta e più netta.

A Salina i docenti erano più o meno 50, ma non sempre "i soliti": l'impressione e la speranza è che a raccogliere i frutti di quello scambio di idee e a rivivificarli nelle singole realtà scolastiche ed extrascolastiche saranno presto molti di più. Chi crede nella forza e nel valore del suo lavoro, qualunque esso sia, è, ora o mai più, chiamato a combattere, per la cultura del proprio paese, con umiltà ma anche con la determinazione e la spinta utopica che accompagna ogni battaglia di civiltà. Alla lotta contro la marginalizzazione e residualità progressiva cui si vogliono ridurre arte, cultura e pensiero critico, anche noi insegnanti, "intellettuali di periferia", possiamo e dobbiamo contribuire, senza farci scoraggiare dal senso triste di un realismo deteriore, quello fondato sulla percezione di impotenza, sulla resa rispetto a come sembrano andare "comunque" le cose. D'altra parte già Pasolini ci aveva avvertito: irreale è ogni idea, irreale ogni passione.


Paola Gibertini